Il dibattuto sui gay: la Bibbia e l’omosessualità

Bene, voglio cominciare ringraziando tutti voi per essere venuti questa sera – lo apprezzo davvero – e per aver mostrato interesse nel conoscere qualcosa in più su questo argomento. Voglio anche ringraziare College Hill United Methodist, che ha gentilmente accettato di ospitare questo evento. Mi chiamo Matthew Vines, ho 21 anni ed al momento sono uno studente di college, anche se mi son preso un periodo sabbatico per poter studiare l’argomento di cui parlerò questa sera. Sono nato e cresciuto qui a Wichita, in una famiglia cristiana nutrita d’amore e in una comunità ecclesiale che è fedele ad una interpretazione tradizionale delle Scritture relativamente alle questioni poste qui oggi.

Un breve sommario di questa presentazione: inizierò trattando alcune delle più ampie questioni e divisioni che sono sullo sfondo di questo dibattito; passerò quindi ad una più stretta disamina dei principali testi biblici che lo riguardano; ed infine offrirò alcuni miei commenti conclusivi. La questione dell’omosessualità, dell’ordinazione sacerdotale dei gay e della benedizione delle unioni tra persone dello stesso sesso negli ultimi decenni  ha provocato divisioni terribili nelle chiese, divisioni tutt’ora sostanzialmente presenti. Da un lato, i temi più ricorrenti, espressi da quanti sostengono la necessità di modificare l’insegnamento tradizionale delle chiese sull’omosessualità, sono quelli dell’accettazione, dell’inclusione e dell’amore, mentre dall’altro, quanti si oppongono a questo cambiamento esprimono preoccupazioni per la purezza sessuale, la santità e, fondamentalmente, il ruolo delle Scritture nelle nostre comunità. Consideriamo ancora la Bibbia un riferimento autorevole, e prendiamo ancora sul serio i suoi insegnamenti, anche se provocano in noi disagio?

Voglio cominciare questa sera con l’interpretazione tradizionale delle Scritture, in parte perché le sue conclusioni hanno una storia molto più lunga in seno alla chiesa, ma anche perché, io credo, molti di coloro che aderiscono a quell’interpretazione sono convinti che quanti si battono invece per un suo cambiamento non abbiano ancora avanzato argomentazioni teologiche altrettanto solidamente fondate sulle Scritture quanto le proprie, nel qual caso la posizione biblicamente più corretta dovrebbe prevalere.

L’interpretazione tradizionale, riassumendo, è la seguente: sono presenti sei passaggi nella Bibbia che fanno in qualche modo riferimento al comportamento omosessuale, ed hanno tutti una valenza negativa. Tre di essi sono chiari ed espliciti. Nell’Antico Testamento, nel Levitico, le relazioni omosessuali maschili sono proibite e definite un “abominio”. E nel Nuovo Testamento, nella Lettera ai Romani, Paolo parla di donne che “hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura”(1:27),  e di uomini che abbandonano “il rapporto naturale con la donna, … commettendo atti ignominiosi uomini con uomini” (1:28). Quindi, secondo l’interpretazione tradizionale, sia l’Antico che il Nuovo Testamento sono concordi nel loro ripudio delle relazioni tra persone dello stesso sesso.

Ma non si tratta soltanto di questi tre versetti, ma anche di altri tre ai quali tornerò più tardi. E’ pur vero che sei versetti non sono molti rispetto ai 31000 complessivi delle Scritture. Ma non solo hanno tutti una valenza negativa secondo la prospettiva tradizionale; acquistano un senso ed una coerenza più ampi dai capitoli iniziali del Genesi, nei quali Dio crea Adamo ed Eva, maschio e femmina. Quella era la creazione originaria – prima della Caduta, prima che il peccato facesse la sua comparsa nel mondo. Così doveva essere. E perciò, secondo questa visione delle cose, se qualcuno è gay, allora il suo orientamento sessuale è un segno della Caduta, un segno della caducità e della fragilità umane. Non è così che doveva andare. E sebbene l’avere un orientamento omosessuale non sia di per sé stesso un peccato, secondo l’interpretazione tradizionale l’assecondarlo nei fatti  lo è, perché la Bibbia è chiara sia per ciò che negativamente proibisce sia per ciò che positivamente approva. I cristiani che sono gay – coloro che sono attratti solo da persone dello stesso sesso – sono perciò chiamati ad astenersi dal cedere a tale attrazione, a negare se stessi, a prendere su di sé la propria croce e seguire Cristo. E sebbene possa sembrarci ingiusto, le vie di Dio sono superiori alle nostre e non è nostro compito metterle in discussione, ma invece obbedirvi.

In questo contesto, i gay hanno un problema, e cioè vogliono avere rapporti sessuali con le persone sbagliate. Si è propensi a considerarli come esseri fondamentalmente sessuali e concupiscenti. Perciò, mentre gli eterosessuali si innamorano, si sposano e creano famiglia, i gay fanno semplicemente sesso. Ma tutti hanno un orientamento sessuale – e non si tratta solo di sesso. Gli eterosessuali non sono mai davvero costretti a pensare al loro orientamento sessuale come ad una caratteristica che li distingua, ma questo è tuttavia parte di essi ed influenza una parte enorme delle loro esistenze. Ciò che l’orientamento sessuale rappresenta per gli eterosessuali è la capacità di amore romantico e di donazione di sé. Non si tratta solo di attrazione e comportamento sessuali. E’ perché abbiamo un orientamento sessuale che siamo in grado di innamorarci di un’altra persona, di costruire una relazione fedele e a lungo termine con essa e di formare una famiglia. La famiglia non equivale al sesso, ma per così tanti tra noi, dipende ancora dalla possibilità di avere un compagno, un coniuge. E’ questo è vero per gli omosessuali quanto per gli eterosessuali. E’ quello che l’orientamento sessuale significa anche per loro. I gay hanno la stessa capacità di amore romantico e di donazione di sé degli eterosessuali. Il legame emozionale che le coppie gay condividono, la qualità del loro amore, è identica a quella delle coppie eterosessuali. I gay, come quasi tutti noi, provengono da contesti familiari, e aspirano anch’essi a costruirsi una famiglia.

Ma la conseguenza di un’interpretazione tradizionale della Bibbia è che, mentre agli eterosessuali si dice di evitare concupiscenza, relazioni occasionali e promiscuità, ai gay si raccomanda di evitare del tutto le relazioni affettive. La sessualità degli eterosessuali è vista come fondamentalmente buona, come un dono. Può essere utilizzata in modo peccaminoso o irresponsabile, ma può anche essere dominata ed orientata ad una relazione coniugale nutrita d’amore, che verrà benedetta e celebrata dalla comunità. Ma ai gay, che pure desiderano e sono capaci di relazioni affettive per loro altrettanto importanti, viene detto che persino relazioni fedeli e per la vita sarebbero peccaminose, perché il loro orientamento sessuale è completamente aberrante. Non è una questione di concupiscenza contrapposta all’amore, o di relazioni occasionali piuttosto che durature, perché le relazioni omosessuali sono intrinsecamente peccaminose, non importa la loro qualità e il loro contesto. L’orientamento sessuale dei gay è talmente aberrante, talmente disordinato che nulla di buono ne può derivare – nessuna relazione moralmente buona e santa potrebbe mai derivarne. E perciò vien detto loro che mai avranno un legame affettivo onorato dalla propria comunità, mai avranno una propria famiglia.

In Filippesi 2:4 ci viene raccomandato di non cercare solo il nostro interesse, ma anche quello degli altri. Ed in Matteo 5, Gesù ci comanda che “se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne due con lui”. E perciò intendo chiedervi: calzereste le mie scarpe per un momento, percorrereste con me anche soltanto un miglio, nonostante il disagio che vi provocherebbe? Sono gay. Non ho scelto io di esserlo. Non è una condizione che avrei scelto, non perché essere gay sia di per sé un male, ma perché è estremamente scomodo, usurante, difficile, e può spesso comportare isolamento e solitudine – essere differenti dal resto, sentirsi incompresi, non accettati. Sono cresciuto in una famiglia e in una casa che non avrei potuto immaginare più solide ed amorevoli. Amo i miei genitori, ed ho un saldo rapporto con entrambi. Crescendo, nessuno mi ha mai molestato o ha abusato di me, e non avrei potuto chiedere un’infanzia ancor più beneficata dal sostegno e della cura dei miei di quella che ho effettivamente avuto. Non ho mai avuto una relazione di coppia, ed ho sempre creduto nell’astinenza prima del matrimonio. Ma ho anche il desiderio profondamente radicato di sposarmi un giorno, di condividere la mia vita con qualcuno e di farmi una famiglia.

Tuttavia, per l’interpretazione tradizionale delle Scritture, come cristiano sono singolarmente escluso da tale possibilità d’amore, di compagnia, di una famiglia. Ma a differenza di chi si sente chiamato da Dio al celibato, o di un eterosessuale che non riesce a trovare per sé il partner giusto, io non avverto una chiamata speciale al celibato, e potrei trovare qualcuno che impari ad amare e con il quale desideri trascorrere il resto della mia vita. Se ciò dovesse avvenire, secondo l’interpretazione scritturale tradizionale, se dovessi innamorarmi di qualcuno, e se quei sentimenti fossero reciprocati, la mia sola scelta sarebbe di allontanarmi da lui, con il cuore spezzato, e ritirarmi nell’isolamento, solo con me stesso. E non si tratterebbe di un cuore spezzato una volta sola. Il dolore andrebbe avanti per la mia intera esistenza. Ogni volta che conoscessi qualcuno della cui compagnia davvero goda, avrei sempre il timore che finirebbe per piacermi troppo, che finirei per amarlo. E all’interno dell’interpretazione tradizionale delle Scritture, innamorarsi è una delle peggiori evenienze che possano accadere ad una persona gay. Perché si avrà necessariamente il cuore spezzato, si dovrà correre via, e ciò accadrà ogni volta che si avrà troppo a cuore qualcun altro. Mentre guardi i tuoi amici innamorarsi, sposarsi e crearsi una famiglia, tu sarai sempre escluso. Non avrai mai parte a queste gioie – di un coniuge e di figli tuoi. Sarai sempre solo.

Bene, è sicuramente triste, qualcuno potrebbe dire, e me ne dispiace. Ma non puoi elevare la tua esperienza al di sopra dell’autorità delle Scritture per poter essere felice. Il cristianesimo non riguarda la tua felicità. Non consiste nella tua soddisfazione personale. Sacrificio e sofferenza sono stati parte integrante della vita di Cristo, e come cristiani siamo chiamati alla negazione di sé, a farci carico della nostra croce ed a seguirLo. Vero. Questo presume, però, che non vi siano dubbi sulla correttezza dell’interpretazione tradizionale delle Scritture, che mi appresto ora ad esaminare. E già due problemi rilevanti si presentano a partire da essa. Il primo è il seguente: in Matteo 7, nel Discorso della Montagna, Gesù mette in guardia contro i falsi maestri, ed offre un principio che permette di discriminare tra buoni e cattivi insegnamenti. Dai loro frutti li riconoscerete, Egli dice. Un albero buono produce buoni frutti, ma un albero cattivo produce frutti cattivi. Un albero buono non può produrre frutti cattivi, ed un albero cattivo non può produrre buoni frutti. Gli insegnamenti buoni, secondo Gesù, hanno delle conseguenze buone. Questo non significa che seguire gli insegnamenti cristiani sia facile, ed infatti molti dei comandi di Gesù non sono affatto facili – porgere l’altra guancia, amare i propri nemici, dare la vita per i propri amici. Ma sono tutti profondi gesti d’amore, che riflettono l’amore di Dio per noi ed affermano anche potentemente la dignità ed il valore della vita umana, di ogni essere umano. I buoni insegnamenti, anche quando difficili, non ledono la dignità umana. Non conducono ad una devastazione emozionale e spirituale, ed alla perdita di autostima e del valore di sé. Ma questi sono stati proprio gli effetti sui gay dell’insegnamento tradizionale riguardante l’omosessualità. Non ha portato buoni frutti nelle loro vite ed ha causato loro dolore e sofferenza incalcolabili. Se prendiamo sul serio Gesù quando afferma che frutti cattivi non possano nascere da un albero buono, allora tutto ciò dovrebbe portare a chiederci se l’insegnamento tradizionale sia davvero corretto.

Il secondo problema con l’interpretazione tradizionale delle Scritture, già presentatosi, origina dai capitoli iniziali del Genesi, dal racconto della creazione di Adamo ed Eva. La storia è spesso citata per argomentare l’opposizione alle unioni omosessuali: in principio, Dio creò un uomo e una donna; due uomini o due donne costituirebbero una deviazione da quel progetto. Ma questo racconto biblico merita uno sguardo più attento. Nei primi due capitoli del Genesi, Dio crea il cielo e la terra, le piante, gli animali, l’uomo ed ogni cosa sulla terra. Ed Egli giudica ogni elemento della creazione come buono o molto buono – con un’eccezione. In Genesi 2:18 Dio dice: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” E, sì, l’aiuto o il partner che Dio crea per Adamo è Eva, una donna. E una donna è un partner appropriato per la grande maggioranza degli uomini – per gli uomini eterosessuali, Ma ciò non è vero per gli omosessuali. Per questi una donna non è un partner appropriato. E in tutti i modi in cui una donna è un partner appropriato per gli uomini eterosessuali, per gli uomini omosessuali ad essere appropriato è un altro uomo gay. E lo stesso vale per le donne lesbiche. Per queste, è un’altra donna lesbica ad essere un partner appropriato. Ma la conseguenza necessaria dell’insegnamento tradizionale sull’omosessualità è che, sebbene i gay abbiano partner per loro appropriati, essi debbano respingerli e vivere in solitudine per la loro intera esistenza, senza un coniuge o una famiglia propri. Definiamo ora buono ciò che nelle Scritture per primo Dio dichiara non buono: che l’uomo sia costretto ad esser solo. Ed il frutto che questo insegnamento ha generato è stato distruttivo e capace di ferire profondamente.

Questo è un grosso problema. Appellandoci all’interpretazione tradizionale, stiamo ora contraddicendo gli stessi insegnamenti della Bibbia: la Bibbia insegna che non è bene che l’uomo sia costretto alla solitudine, e tuttavia, ora insegniamo che lo sia. La Scrittura afferma che i buoni insegnamenti generano buoni frutti, ma ora accade il contrario e sosteniamo che ciò non sia un problema. Qualcosa non torna. Ed è a causa di questi problemi e di queste contraddizioni che sempre più cristiani fanno ritorno alle Scritture per riesaminare i sei versetti che hanno formato le basi per una condanna assoluta delle relazioni omosessuali. Possiamo tornare a volgere uno sguardo più attento a questi versetti e vedere cosa possiamo apprendere dal loro ulteriore studio?

Quali sono questi sei versetti? Sono tre nell’Antico Testamento e tre nel Nuovo Testamento, e procederò ad esaminarli nell’ordine con cui compaiono nelle Scritture. Nell’Antico Testamento c’à la storia della distruzione di Sodoma e Gomorra in Genesi 19 e due proibizioni in Levitico 18 e 20. E nel Nuovo Testamento abbiamo un riferimento di Paolo in Romani 1 e due termini in lingua greca in I Corinzi 6  e inI Timoteo 1.

Per cominciare, esaminiamo Genesi 19, con la distruzione di Sodoma e Gomorra. In Genesi 18, Dio e due angeli, in forma umana, fanno visita ad Abramo e Sara presso la loro tenda vicino il Mar Morto. Abramo e Sara non li riconoscono, ma ciò nonostante offrono loro una generosa ospitalità. A metà del capitolo, Dio – che ora Abramo comincia a riconoscere – gli dice: “Il grido contro Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me.” Lot, nipote di Abramo, e la sua famiglia vivono in Sodoma e perciò Abramo contratta con Dio, ottenendone la promessa di non distruggere la città se Egli troverà in essa almeno 10 uomini giusti.

All’inizio del capitolo successivo, in Genesi 19, i due angeli giungono a Sodoma, ancora in forma di uomini. Lot li invita a trascorrere la notte in casa sua, e prepara loro un pasto. Ma a partire dal versetto 4, leggiamo il passo seguente: “Non si erano ancora coricati, quand’ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sòdoma, si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. Chiamarono Lot e gli dissero: “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!”. Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, disse: “No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto”.

Ma gli uomini continuano a minacciarli, e gli angeli allora li colpiscono, accecandoli. Quindi Lot e la sua famiglia fuggono dalla città, e Dio distrugge Sodoma e Gomorra con fuoco e zolfo. Originariamente si riteneva che la distruzione di Sodoma e Gomorra non avesse niente a che fare con la sessualità, anche se è presente una componente sessuale nella vicenda narrata nel brano appena letto. Ma  a partire dal medioevo, si cominciò diffusamente a ritenere che il peccato di Sodoma, la ragione della sua distruzione, fosse l’omosessualità in particolare. Questa interpretazione più tarda prevalse per secoli, dando origine al termine “sodomia”, che tecnicamente si riferisce a qualunque forma di comportamento sessuale non procreativo ma che in diversi momenti della storia è stato riferito ai rapporti omosessuali maschili. Ma non è più l’interpretazione prevalente del passo biblico, e soltanto perché società in tempi posteriori lo abbiano associato all’omosessualità non significa che questo sia ciò che la Bibbia insegna. Nel brano citato, gli uomini di Sodoma minacciano lo stupro di gruppo a danno dei visitatori angelici di Lot, apparsi in forma di uomini, e perciò questo comportamento è apparentemente di natura omosessuale. Ma è il solo collegamento che si possa stabilire tra il brano biblico e l’omosessualità in generale, ed esiste una differenza enorme tra pratiche violente e coercitive come lo stupro di gruppo e relazioni consensuali, monogame e nutrite di amore. Nessuno nella chiesa o in altri ambiti è favorevole all’accettazione dello stupro di gruppo; questo è assai differente da ciò di cui parliamo.

Ma alcuni argomenteranno che gli uomini di Sodoma intendessero stuprare altri uomini, e questo dovrebbe voler dire che essi erano gay. Ed era il loro desiderio omosessuale, non semplicemente la minaccia di stupro, che Dio ha punito. Ma lo stupro di gruppo, praticato da uomini a danno di altri uomini, era impiegato nell’antichità come diffusa pratica di umiliazione ed aggressione, in guerra ed in altri contesti ostili. Non aveva niente a che fare con l’orientamento o l’attrazione sessuale; lo scopo era di disonorare e conquistare i nemici. Questo è lo sfondo più appropriato sul quale leggere questo passaggio in Genesi 19 che, è da notare, è messo in contrasto con due resoconti di generosa accoglienza ed ospitalità – quella di Abramo e Sara in Genesi 18 e quella mostrata da Lot in Genesi 19. Le azioni degli uomini di Sodoma sono intese ad evidenziare il loro crudele trattamento degli stranieri, non a renderci nota la loro omosessualità.

E in effetti Sodoma e Gomorra sono citate fino a venti volte nei successivi libri della Bibbia, a volte con un dettagliato commento sulla natura dei loro peccati, ma l’omosessualità non è mai menzionata o messa in relazione con esse. In Ezechiele 16:49 il profeta cita Dio, che dice: “Ecco, questa fu l’iniquità di tua sorella Sòdoma: essa e le sue figlie avevano superbia, ingordigia, ozio indolente, ma non stesero la mano al povero e all’indigente”. Perciò Dio stesso in Ezechiele dichiara il peccato di Sodoma essere l’arroganza e l’indifferenza verso i poveri. In Matteo 10 e Luca 10, Gesù associa il peccato di Sodoma alla mancanza di ospitalità verso i suoi discepoli. Di tutti e venti i riferimenti a Sodoma e Gomorra sparsi nel resto delle Scritture, solo uno stabilisce un nesso tra i loro peccati e la trasgressione sessuale in generale. Il libro neotestamentario di Giuda, versetto 7, afferma che Sodoma e Gomorra “ si sono abbandonate all’impudicizia allo stesso modo e sono andate dietro a vizi contro natura”. Ma vi sono molte forme di immoralità e perversione sessuale, ed anche se Giuda 7 possa essere inteso come specifico riferimento allo stupro di gruppo minacciato in Genesi 19:5, ciò ancora non avrebbe niente a che vedere con il tipo di relazioni di cui parliamo oggi.

E’ adesso largamente ammesso dagli studiosi di entrambe le parti contrapposte in questo dibattito che Sodoma e Gomorra non offrano una prova biblica a sostegno della convinzione che l’omosessualità sia un peccato. Ma i prossimi due versetti, dal Levitico – “Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio.” – continuano ad essere comunemente citati a sostegno di tale convinzione. E certamente si può affermare che siano di maggiore rilevanza per la questione in gioco rispetto all’argomento dello stupro di gruppo, al punto da meritare il nostro studio e la nostra attenzione. Fermiamoci per un momento a darne il contesto: il Levitico è il terzo libro della Bibbia. Abbiamo il Genesi, l’Esodo, il Levitico, il Numeri e il Deuteronomio. A partire dall’Esodo e fino al Deuteronomio, Dio consegna agli Israeliti la Legge, che comprende in totale 613 regole (o precetti).

Il libro del Levitico si occupa principalmente di aspetti cerimoniali legati alle pratiche cultuali appropriate presso il tabernacolo: le diverse offerte ed il modo di presentarle, i cibi puri e impuri, le malattie e le escrezioni corporee, i tabù sessuali e le norme sacerdotali. Il capitolo 18 del Levitico include un elenco di proibizioni sessuali ed il capitolo 20 ne dà seguito con un elenco di punizioni. In questi capitoli il rapporto omosessuale maschile viene proibito, e la punizione per chi viola questa proibizione è la morte. I versetti specifici sono Levitico 18:22 e 20:13. In essi si legge: “Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio.” E il versetto 20:13 prosegue dicendo: “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro.”

Bene, per molti il dibattito biblico è a questo punto chiuso. E’ sorprendente come così tanti continuino a credere che questi versetti nel Levitico costituiscano in qualche modo il nocciolo del dibattito teologico sull’omosessualità. In realtà sono di importanza secondaria rispetto ai versetti paolini in Romani 1. E la ragione di ciò non sta nel loro significato oscuro ma nel fatto che il contesto in cui sono collocati, quello della Legge Veterotestamentaria, li rende inapplicabili in ambito cristiano. Una parte consistente del Nuovo Testamento si occupa della questione del posto spettante alla Legge Antica nella nascente Chiesa cristiana. Con l’inclusione  dei Gentili per la prima volta in una comunità di fede in precedenza esclusivamente ebraica, sorsero aspri dibattiti e divisioni tra i primi giudei cristiani sulla necessità o meno per i convertiti tra i Gentili di seguire la Legge, con i suoi oltre 600 precetti. Ed in Atti degli Apostoli 15, possiamo leggere il modo in cui questo dibattito fu concluso. Nell’anno 49 AD, le prime autorità ecclesiastiche radunate nel Concilio di Gerusalemme decisero che la Legge Antica non sarebbe stata vincolante per i credenti Gentili. Gli aspetti più culturalmente distintivi della Legge veterotestamentaria erano il complesso codice dietetico per assicurare la natura kosher degli alimenti e la pratica della circoncisione maschile. Ma dopo le deliberazioni del Concilio di Gerusalemme, persino quelle componenti centrali dell’identità e della cultura ebraiche non si applicarono più ai cristiani. Sebbene sia divenuta oggi un’argomentazione comune, non vi è alcuna ragione per ritenere che i due versetti dalla Legge Antica in Levitico [relativi al rapporto omosessuale] siano rimasti in qualche modo applicabili ai cristiani nonostante altre e più cruciali parti della Legge non lo siano più.

In Galati 6, Paolo si spinge a dire che in Cristo non è “la circoncisione che conta, né la non circoncisione”.  Parla della Legge Antica come “il giogo della schiavitù” (5:1) che ammonisce i cristiani a non lasciarsi di nuovo imporre. In Colossesi 2, Paolo scrive che, attraverso Cristo, Dio ci ha perdonato “tutti i peccati, annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce”. Nei Vangeli, Gesù descrive se stesso come l’adempimento della Legge, e in Romani 10:4 Paolo scrive che “Cristo è il termine della legge”. Ebrei 8:13afferma che l’antica alleanza è ora “superata”, perché Cristo è il fondamento della nuova alleanza, liberando così i cristiani dal sistema della Legge Antica, in gran parte specifica per gli antichi Israeliti, la loro comunità e le loro singolari pratiche cultuali. I cristiani hanno sempre considerato il libro del Levitico, in particolare, ad essi non applicabile alla luce dell’adempimento della Legge in Cristo. Perciò, anche se è vero che il Levitico proibisce i rapporti omosessuali maschili, proscrive anche un’ampia serie di altri comportamenti, attività e cibi che i cristiani non hanno mai considerato loro proibiti. Per esempio, il capitolo 11 del Levitico proibisce di cibarsi di carne di maiale, gamberi ed aragoste, atto che la chiesa non considera come peccato. Il capitolo 19 proibisce di piantare due diversi tipi di semente nello stesso campo; di indossare indumenti cuciti con due diversi tipi di fibre; di tagliare in tondo i capelli ai lati del capo. I cristiani non hanno mai considerato questi comportamenti come peccaminosi, perché la morte di Cristo sulla croce li ha liberati da ciò che Paolo definisce “il giogo della schiavitù”. Non siamo sottomessi alla Legge Antica.

Ma la Legge Antica contiene alcune regole che i cristiani hanno continuato ad osservare – i Dieci Comandamenti, per esempio. E perciò alcuni sostengono che Levitico 18:22 e 20:13 – le proibizioni dei rapporti omosessuali maschili – debbano costituire un’eccezione alla regola, ed avere ancora validità per i cristiani di oggi. Ci sono tre principali argomentazioni a sostegno di questa posizione. La prima è l’immediato contesto dei versetti: Levitico 18 e 20 proibiscono anche l’adulterio, l’incesto e la bestialità, tutt’ora considerati peccaminosi, perciò l’omosessualità dovrebbe esserlo allo stesso modo. Ma appena tre versetti prima della proibizione dei rapporti omosessuali maschili, in 18:19, sono proibiti anche i rapporti sessuali durante il periodo mestruale della donna, ed anche questo comportamento è definito un “abominio” al termine del capitolo. Questo non è però considerato peccaminoso dai cristiani; piuttosto, è visto come una questione limitata alla purezza cerimoniale per gli antichi israeliti. E tutte le altre categorie di proibizioni in questi capitoli – su adulterio, incesto e bestialità – sono reiterate molteplici volte in tutto il resto dell’Antico Testamento, sia all’interno della Legge che al di fuori di essa: in Esodo, Numeri, Deuteronomio ed Ezechiele. Ma le proibizioni dei rapporti omosessuali maschili compaiono solo nel Levitico, tra diverse dozzine di altre che i cristiani non hanno mai considerato valide per se stessi.

“Bene, il Levitico definisce l’omosessualità un abominio, e se lo era allora, allora certamente non può essere un fatto positivo adesso”. Il termine “abominio” è assegnato ad una gamma di circostanze molto ampia nella Legge Antica – mangiare molluschi in Levitico 11, cibarsi di conigli o maiali in Deuteronomio 14; sono tutti comportamenti definiti un abominio. Come ho appena detto, il rapporto sessuale in coincidenza con la fase mestruale della donna è anch’esso definito un abominio. Il termine “abominio” nell’Antico Testamento è impiegato principalmente per distinguere pratiche comuni alle nazioni straniere da quelle che sono distintamente israelitiche. E’ questa la ragione del perché Genesi 43:32 affermi che per gli egizi mangiare con gli ebrei costituirebbe un abominio, e del perché Esodo 8:26 dica che compiere sacrifici nei pressi del palazzo del Faraone da parte degli israeliti sarebbe un abominio per gli egizi. Non c’è niente di male nei sacrifici degli israeliti, ovviamente. Il problema, in entrambi i casi, è che diverrebbe sfumata la netta separazione tra pratiche specificamente israelitiche e pratiche tipiche delle altre nazioni. La natura del termine “abominio” nell’Antico Testamento è intenzionalmente specifica in senso culturale; esso stabilisce i confini religiosi e culturali tra Israele a le altre nazioni. Non è un’affermazione riguardante ciò che è intrinsecamente buono o cattivo, giusto o sbagliato, ed è il motivo per cui numerose pratiche alle quali il termine viene associato nell’Antico Testamento sono state da tempo accettate nella vita e nella pratica cristiane.

“Va bene, ma la punizione prevista [per il rapporto omosessuale] è la morte – certamente, ciò vuol dire che il comportamento in questione è particolarmente cattivo e dovremmo ancora considerarlo peccaminoso”. Ma questo trascura la severità di tutte le altre punizioni previste nella Legge Antica. Considerate le minacce poste agli israeliti da fame, malattie, discordie interne ed aggressioni da parte di altre tribù, preservare l’ordine e la coesione interni era per loro di suprema importanza, e perciò quasi tutte le punizioni prescritte nell’Antico Testamento ci impressioneranno per la loro asprezza. Una coppia che abbia rapporti sessuali durante il periodo mestruale della donna dovrà essere esiliata per sempre dalla propria comunità. Se la figlia di un sacerdote si prostituisce, dovrà essere condannata al rogo. Chiunque pronunci il nome del Signore invano non dovrà solo essere oggetto di riprovazione, ma anche lapidato. E chiunque disobbedisca ai propri genitori dovrà anch’esso essere lapidato. Persino pratiche che non consideriamo affatto questioni di ordine morale comportavano la pena di morte nell’Antico Testamento – secondo Esodo 35:2, lavorare nel giorno di Sabbath [il Sabato ebraico] era punito con la morte. E in Ezechiele 18, la pena di morte era applicata a chiunque esigesse interessi su un prestito, circostanza definita anch’essa un “abominio” al termine del capitolo. Soltanto perché una pratica comporti la pena di morte nell’Antico Testamento non implica che i cristiani debbano considerarla peccaminosa; c’è troppa difformità per considerare questo approccio come coerente ed efficace. L’approccio cristiano di partenza, per quasi due millenni, è stato quello di considerare adempiute centinaia di norme e proibizioni nell’Antica Legge attraverso la morte di Cristo, e non vi è alcuna ragione valida per considerare Levitico 18:22 e 20:13 eccezioni a questa regola.

Ora, se i tre brani veterotestamentari, ad un esame ravvicinato, non ci forniscono argomenti persuasivi in opposizione alle relazioni affettive per i gay cristiani, che dire dei tre brani neotestamentari? In effetti, coloro che studiano da tempo questo dibattito teologico sapranno che il più significativo tra i sei riferimenti biblici [all’omosessualità] non si trova nell’Antico Testamento; compare invece nel capitolo iniziale della Lettera di Paolo alla chiesa di Roma: nello specifico, Romani 1:26-27. Questo brano è il più significativo per tre ragioni. In primo luogo, è nel Nuovo Testamento e perciò non incorre negli stessi problemi di contesto ed applicabilità [ai cristiani] del Levitico. Secondo, a differenza di quest’ultimo si rivolge sia agli uomini che alle donne. E terzo, sebbene non sia molto lungo, trattandosi di due versetti consecutivi, è tuttavia la più estesa trattazione di ogni forma di comportamento omosessuale che si possa trovare nelle Scritture. E poiché i due versetti citati sono inseriti in un più ampio e complesso argomento teologico sull’idolatria, intendo soffermarmi di più su di essi che sugli altri.

Paolo inizia la sua lettera in Romani 1-3 descrivendo la non rettitudine di tutta l’umanità, Ebrei e Gentili insieme, e la necessità universale di un Salvatore. Romani 3, quasi a conclusione, riporta il noto versetto “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (23). In Romani 3:10, Paolo afferma: “Non c’è nessun giusto, nemmeno uno”. Per argomentarlo, Paolo sostiene nel capitolo 2 che, pur avendo gli Ebrei la Legge, tuttavia non la seguono abbastanza da meritarsi la salvezza da soli. Ma comincia nel primo capitolo a descrivere più ampiamente l’assenza di rettitudine nell’umanità. E in Romani 1:18-32, Paolo scrive della caduta idolatrica dei Gentili e delle conseguenze che patiscono per aver rifiutato Dio. Afferma come essi avessero conosciuto la verità di Dio, ma l’avessero poi respinta; come avessero barattato la verità con la menzogna, e adorato e servito le realtà creaturali invece del Creatore – uccelli, animali, rettili. E poiché avevano abbandonato Dio, Dio, a sua volta, li aveva lasciati andare. Aveva lasciato che vivessero senza di Lui, ed Egli li aveva consegnati ad un’ampia serie di vizi e passioni. Incluse in queste passioni erano alcune forme di comportamento omosessuale lussurioso. Nei versetti 26 e 27 si può leggere quanto segue:

“Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento”.

Bene, ora sembra che il caso sia definitivamente chiuso. Anche se i versetti del Levitico non si applicano ai cristiani, abbiamo qui Paolo nel Nuovo Testamento che insegna l’inaccettabilità e la peccaminosità delle relazioni omosessuali. Ed anche se egli parla solo di comportamento concupiscente e non di relazioni affettive, definisce innaturali le unioni tra persone dello stesso sesso. Esse sono estranee al disegno naturale di Dio, che è stato presentato in Genesi 1 e 2 ed è esclusivamente eterosessuale. Perciò, anche se una relazione omosessuale fosse fondata sull’amore e sull’impegno fedele, sarebbe pur tuttavia peccaminosa. Questa è la tradizionale interpretazione di Romani 1:26-27.

Quanto è solida questa interpretazione? Questo passaggio scritturale ci chiede davvero di rifiutare la possibilità di relazioni d’amore per le persone gay, ed in tal caso, questo ha un senso, considerati i problemi che ho evidenziato prima per questa posizione? Era questo l’intento di Paolo, insegnare che Dio desidera che le persone gay siano sole per la loro intera esistenza, perché il loro orientamento sessuale è viziato, ed è estraneo al Suo disegno naturale per il creato?

Il modo in cui interpretiamo questo brano si impernia in gran parte sulla nostra comprensione del significato dei termini “naturale” e “innaturale”. E’ comunemente inteso da coloro che si affidano ad una interpretazione tradizionale [delle Scritture] che tali termini rimandino a Genesi 1 e 2, ed intendano definire l’eterosessualità come il disegno naturale di Dio e l’omosessualità come una distorsione innaturale di quel disegno. Ma ancora una volta un esame più ravvicinato del testo non dà sostegno a quell’interpretazione. Per comprendere ciò che Paolo intendesse dire attraverso l’uso di questi termini, dobbiamo considerare due aspetti. Primo, dobbiamo guardare al più ampio contesto del brano biblico per poter vedere come il concetto di natura operi al suo interno. E, secondo, dobbiamo verificare in che modo Paolo stesso utilizzi questi termini nelle sue altre Lettere e come siano comunemente e largamente applicati al comportamento sessuale nell’antichità.

Pei iniziare, il contesto del brano biblico. In 1:18-32, Paolo argomenta più generalmente sull’idolatria, e quell’argomentazione ha una sua precisa logica. La ragione per cui, così afferma nei versetti 18:20, le azioni degli idolatri siano biasimevoli è che questi conoscono Dio. A partire dalla conoscenza di Lui, hanno scelto poi di respingerLo. Paolo scrive: “… ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili …”. Gli idolatri sono inescusabili perché, avendo conosciuto la verità, muovendo da essa, l’hanno poi rifiutata. Le successive affermazioni di Paolo sul comportamento sessuale seguono questa stessa trama. Le donne, così afferma, hanno “cambiato” i rapporti naturali in rapporti contro natura. E gli uomini hanno “abbandonato” i rapporti con le donne e commesso atti ignominiosi con altri uomini. Sia uomini che donne partivano da una condizione di eterosessualità – erano per natura inclini ad essa proprio come lo erano alla conoscenza di Dio – ma hanno respinto le loro originarie inclinazioni naturali per adottarne di innaturali: nel loro caso, il comportamento omosessuale. L’argomentazione Paolina sull’idolatria esige che ci sia uno scambio; egli dice che la ragione per cui gli idolatri sono da biasimare è che, avendo prima conosciuto Dio, se ne sono poi allontanati, barattandoLo con idoli. Il riferimento di Paolo al comportamento omosessuale ha l’intento di illustrare questo più grande peccato di idolatria. Ma perché questa analogia abbia forza, perché abbia un senso all’interno di questa argomentazione, le persone che descrive devono cominciare in modo naturale con relazioni eterosessuali, per poi abbandonarle. E ciò è esattamente come la raffigura.

Ma non è questo ciò di cui parliamo. Le persone gay hanno un naturale e permanente orientamento verso altre dello stesso sesso; non è qualcosa che scelgano di avere, e non è qualcosa che possano modificare. Non abbandonano o rifiutano l’eterosessualità – per esse non è mai stata un’opzione, tanto per cominciare. E se fosse applicata ai gay, l’argomentazione paolina dovrebbe in realtà condurre nella direzione opposta: se lo scopo di questo brano è quello di censurare coloro che hanno rifiutato la loro vera natura, sia essa religiosa, quando concerne l’idolatria, sia essa sessuale, allora, proprio come coloro che siano eterosessuali per natura non dovrebbero essere uniti a quelli dello stesso sesso, coloro che abbiano un naturale orientamento verso lo stesso sesso non dovrebbero unirsi a quelli del sesso opposto. Per questi ultimi, ciò equivarrebbe a scambiare “il naturale con l’innaturale” allo stesso modo. Abbiamo differenti nature quando si tratta di orientamento sessuale.

Ma è questa semplicemente un’argomentazione astuta, senza alcun fondamento nel contesto storico del mondo di Paolo, e perciò fonte di un’interpretazione che non potrebbe essere quella originariamente intesa? Dopo tutto, il concetto di orientamento sessuale è assai recente; è andato affermandosi solo nell’ultimo secolo ed è stato diffusamente compreso solo negli ultimi decenni. Perciò, come possiamo utilizzare le nostre categorie e comprensioni del fenomeno per interpretare un testo che è così lontano nel tempo da noi? Ma è proprio questa distanza temporale a costituire il nocciolo della questione. Nel mondo antico l’omosessualità era diffusamente considerata non come un differente orientamento sessuale o un qualcosa  riguardante una piccola minoranza di persone, ma piuttosto come un eccesso di lussuria o passione al quale ogni essere umano poteva tendere se si fosse lasciato andare troppo. Solo un paio di citazioni per illustrare ciò. Ha scritto un noto filosofo greco del primo secolo, Dion Chrysostom:

“L’uomo il cui appetito è insaziabile in tali cose [riferendosi alle relazioni eterosessuali] … disprezzerà la facile conquista ed avrà sgradito l’amore di una donna, come qualcosa troppo facilmente concessa … e rivolgerà il suo assalto ai quartieri maschili … ritenendo di trovare in essi una forma di piacere difficile da procacciarsi”.

Ha detto del comportamento omosessuale uno scrittore cristiano del quarto secolo: “Constaterete che tale desiderio scaturisce da un’avidità che non rimarrà contenuta nei suoi abituali confini”. L’abbandono dei rapporti eterosessuali per la concupiscenza omosessuale era frequentemente paragonata alla golosità nel mangiare o nel bere. La sessualità era vista come uno spettro di comportamenti, essendo le relazioni eterosessuali il prodotto di un livello di desiderio “moderato” e quelle omosessuali il prodotto di una quantità eccessiva di desiderio. L’orientamento personale non aveva niente a che vedere con questo spettro. Ma dentro questo schema, come ho detto, i rapporti omosessuali erano associati con il culmine dell’eccesso e della lussuria, ed è questa la ragione per cui Paolo li cita in Romani 1. Il suo intendimento è di mostrare che gli idolatri sono inclini alla passione senza freni, e di ritrarre una prospettiva di confusione ed eccesso sessuale che lo dimostri. Ciò è in completo accordo con il modo in cui i rapporti omosessuali erano comunemente descritti a quel tempo. Ma la sola ragione per cui il riferirsi al comportamento omosessuale aiuta Paolo ad illustrare il caos sessuale generale è che le persone che descrive cominciano con relazioni eterosessuali e poi, in un’esplosione di concupiscenza, le barattano con qualcosa di diverso.

E certamente è significativo che Paolo parli qui solo di comportamenti lussuriosi ed occasionali. Non ha niente da dire sulle persone omosessuali che si innamorano, si impegnano una con l’altra per la tutta la durata della loro esistenza, mettono famiglia insieme. Non ci sogneremmo mai di leggere un passo delle Scritture relativo alla concupiscenza ed alla promiscuità tra gli eterosessuali per poi condannare, a partire da questo, ogni relazione matrimoniale tra cristiani eterosessuali. C’è una differenza enorme tra lussuria ed amore, tra rapporti occasionali e relazioni fedeli e responsabili, o tra promiscuità e monogamia, quando si tratta di sessualità. Queste differenze sono sempre state considerate cruciali nell’insegnamento cristiano dell’etica sessuale valida per i cristiani eterosessuali. Perché non dovrebbero essere considerate altrettanto cruciali nel caso dei gay cristiani? Come possiamo prendere a riferimento un passo biblico sulla lussuria e la promiscuità omosessuali e quindi condannare ogni relazione d’amore che persone gay si trovino a formare? E’ un criterio di giudizio assai diverso da quello che applichiamo agli eterosessuali.

E ancora, l’argomento principale avanzato a sostegno di questo differente crierio è che Paolo non si limita a condannare la lussuria omosessuale ma definisce anche i desideri omosessuali  “vergognosi” ed etichetta come “innaturali” le unioni tra omosessuali. Ho già spiegato perché l’uso del termine “innaturale” da parte di Paolo presuppone per gli idolatri il ripudio intenzionale del loro naturale desiderio eterosessuale. Ed è questo il senso del termine nel passo preso nel suo insieme, rispecchiando l’abbandono di Dio per gli idoli da parte degli idolatri. Ma prima di abbandonare questo passo, dobbiamo anche considerare il modo in cui lo stesso Paolo impiega questi termini nelle sue altre Lettere e in che modo ai suoi giorni i termini “naturale” ed “innaturale” erano comunemente applicati al comportamento sessuale.

Uno dei più significativi riferimenti di Paolo alla “natura”, a parte quello in Romani 1, si ritrova in I Corinzi 11, dove, ai versetti 13-15, egli scrive: “Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo nudo? Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere?”

Questo è in effetti, nel Nuovo Testamento, il passo più simile a Romani 1:26-27, perché non solo Paolo fa riferimento qui alla “natura”, ma parla anche del concetto di “disonore”, lo stesso termine che inRomani 1 è tradotto come “vergogna”. Ma il modo in cui interpretiamo questi termini in I Corinzi 11 è assai differente rispetto a come un’interpretazione tradizionale vuole intenderli in Romani 1. Uno dei più comuni significati della parola greca equivalente a “natura” è “costume”o “consuetudine”, ed è quello il senso con cui i cristiani oggi interpretano estesamente questo passo in  I Corinzi. E il riferimento a “disonore” o “vergogna” è inteso come l’essere specificamente disonorevole alla luce di consuetudini particolari. Pertanto, il modo in cui leggiamo Paolo in I Corinzi è fondamentalmente questo: “Non esigono le consuetudini nella nostra società che sia considerato disonorevole per un uomo portare i capelli lunghi, e invece onorevole per una donna”? Questa interpretazione si allinea agli antichi atteggiamenti mediterranei verso il sesso [inteso come genere, n.d.r.] e la lunghezza della chioma, e appare molto più sensata rispetto all’idea che processi biologici naturali portino gli uomini ad avere i capelli corti. Secondo la “natura”, le loro chiome crescerebbero lunghe.

Di nuovo, questo passo, che parla della lunghezza della chioma in I Corinzi, è, negli scritti di Paolo, il più simile al passo relativo al comportamento sessuale in Romani 1. Perciò, se intendiamo i riferimenti di Paolo alla “natura” ed al “disonore” in I Corinzi come relativi a consuetudini, perché non lo si fa anche perRomani 1? In effetti, a differenza dell’interpretazione tradizionale, questo approccio sarebbe concorde con l’uso dei termini “naturale” ed “innaturale” da parte degli antichi greci e romani relativamente al comportamento sessuale. In quelle società patriarcali, in cui le donne erano considerate inferiori agli uomini, la principale distinzione che veniva fatta nel discutere dei comportamenti sessuali non riguardava l’orientamento, ma piuttosto la natura attiva o passiva dei ruoli. I greci ed i romani, come altre società di epoca biblica, ritenevano che il ruolo abituale e naturale dell’uomo nei rapporti sessuali fosse quello attivo, mentre quello della donna dovesse essere passivo. Quando uno dei ruoli veniva rovesciato – con l’uomo passivo o la donna attiva – quel comportamento era marchiato come disonorevole e “innaturale”, nel senso che violava la consuetudine per i ruoli di genere. Per questa ragione definivano “innaturali” le unioni omosessuali. Ma in modo analogo al loro atteggiamento verso una lunghezza appropriata dei capelli, le opinioni di greci e romani circa i ruoli di genere sono specifiche di quelle culture patriarcali. In entrambi i casi, Paolo si limita ad utilizzare termini che erano già divenuti di largo uso corrente per descrivere situazioni nelle società alle quali egli si rivolgeva. Ed impiega il termine ”natura” in Romani 1 proprio come in I Corinzi 11.  Quindi, se vogliamo essere coerenti e storicamente accurati nella nostra interpretazione del testo biblico, allora dobbiamo ammettere per Romani 1 quello che già facciamo per I Corinzi 11: il termine “natura” si riferisce qui alle consuetudini sociali, non all’ordine biologico, ed è culturalmente specifico.

I rimanenti due passi nelle Scritture sono meno coinvolti nella questione rispetto agli altri, perciò dedicherò loro meno tempo. Si tratta di I Corinzi 6:9 e I Timoteo 1:10,  e qui il dibattito verte sulla traduzione di due termini greci. In I Corinzi 6:9-10 Paolo mette in guardia contro coloro che non erediteranno il Regno di Dio, e quindi li elenca secondo 10 differenti tipologie di persone. Poiché la disputa qui riguarda la traduzione, comincerò adoperando per questo passo la King James Version[traduzione inglese della Bibbia del 1611, n.d.r.], che è stata pubblicata più di 400 anni fa, e perciò è anteriore rispetto a questa moderna controversia. In essa si legge:

“Know ye not that the unrighteous shall not inherit the kingdom of God? Be not deceived: neither fornicators, nor idolaters, nor adulterers, nor effeminate, nor abusers of themselves with mankind, nor thieves, nor covetous, nor drunkards, nor revilers, nor extortioners, shall inherit the kingdom of God.[traduzione secondo la Bibbia di Gerusalemme, X edizione: “O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, nésodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio”].

Le espressioni cruciali per la nostra discussione sono le parole tradotte con “effeminati” e “sodomiti” [“abusers of themselves with mankind”in KJV]. Tali traduzioni, in qualche maniera ambigue, nella King James Version sono in accordo con il modo in cui queste parole sono state effettivamente tradotte in inglese per centinaia di anni: intendendo una certa forma di immoralità o abuso, ma senza mai specificarla. Questa situazione si è modificata verso la metà del secolo scorso, quando alcuni traduttori della Bibbia cominciarono a stabilire un nesso diretto tra questi termini e l’omosessualità. La prima manifestazione di questo mutamento risale al 1946, quando venne pubblicata una traduzione della Bibbia nella quale si affermava in modo esplicito che gli “omosessuali” non avrebbero ereditato il Regno di Dio. Diversi decenni dopo, a seguito di una più diffusa comprensione della differenza tra orientamento e comportamento sessuali, questa convinzione cambiò, per affermare che solo gli “omosessuali non astinenti” non avrebbero ereditato il Regno. Ma termini e concetti relativi all’orientamento sessuale erano completamente estranei al mondo biblico. Né il greco, la lingua del Nuovo Testamento, né l’ebraico, la lingua dell’Antico Testamento, né il latino, la lingua delle prime traduzioni cristiane della Bibbia, hanno un termine che corrisponda alla parola inglese “gay”. Il concetto di orientamento sessuale, e di quello omosessuale in particolare, non esisteva nel mondo antico. Il termine “omosessuale” non fu coniato prima della fine del XIX secolo. E perciò, le traduzioni di quei termini che suggeriscano l’uso di queste categorie e di questi concetti moderni da parte di Paolo sono assai sospette. Ma oggi, esistono molte traduzioni della Bibbia – sebbene certamente non tutte – che collegano in qualche modo questi termini all’omosessualità, interpretandoli variamente come “maschi che praticano l’omosessualità”, “uomini che fanno sesso con uomini” o “prostituti”. Qual è il fondamento per questo cambio di traduzione?

Il termine tradotto in “abusers of themselves with mankind” nella King James Version [“sodomiti” nellaBibbia di Gerusalemme. N.d.r.] è una parola composta. In Greco, è arsenokoites, da arsen, “maschio”, ekoites, “letto”, inteso generalmente con una connotazione sessuale. E da ciò deriva l’asserzione che si possa stabilire il significato di questo termine a partire dalla sua etimologia: maschio + letto in forma plurale devono quindi riferirsi ad uomini che giacciono con altri uomini. Ma questo approccio comporta diversi problemi. Per cominciare, l’esame delle parti componenti in una parola composta non ci dice necessariamente quale sia il suo autentico significato. Ci sono molte parole inglesi per le quali questo approccio non funzionerebbe, per esempio i termini understand [comprendere], butterfly [farfalla],honeymoon [luna di miele]. Le loro parti componenti – honey [miele] e moon [luna] – in realtà non ci dicono nulla sull’effettivo significato del termine. Per poter comprendere il senso di una parola, bisogna considerarne l’uso nel contesto più ampio. Il problema con l’espressione “abusers of themselves with mankind” – arsenokoites – è che questa era di uso estremamente raro nel Greco antico. Infatti, l’uso che ne fa Paolo in I Corinzi è considerato il primo in assoluto tra quelli a noi noti [in tutta la letteratura antica, n.d.r.]. E dopo la citazione di Paolo, i pochi testi in cui compare sono tendenzialmente elencazioni di vizi generali, un contesto che non ci è d’aiuto. Fortunatamente, però, molti di questi elenchi sono raggruppati per categorie, e questo termine greco compare in modo sistematico tra i peccati di natura principalmente economica piuttosto che in quelli di natura sessuale. Questo ed altri dati del contesto indicano come il termine si riferisse ad una qualche forma di sfruttamento economico, verosimilmente attraverso mezzi di natura sessuale. Ciò poteva riguardare forme di comportamento omosessuale, ma forme coercitive e di sfruttamento. Non vi è alcun appiglio nel contesto per associare il terminearsenokoites a relazioni fondate su amore e fedeltà.

L’altro termine dibattuto in questo passo, tradotto in “effeminato” nella King James Version [e nellaBibbia di Gerusalemme, n.d.r.], è malakos in greco. Era una parola molto comune nel greco antico, e letteralmente significa “molle”. Era usato come insulto in un’ampia serie di contesti – per riferirsi a chi era considerato un debole, codardo o indolente. E tutti questi difetti erano anticamente associati alle donne in particolare; da cui l’interpretazione “effeminato”.  In un contesto specificamente sessuale, il termine era impiegato per descrivere una generale licenziosità e depravazione, ma non era limitato ad alcuna forma particolare di relazione. Gli uomini che assumevano un ruolo passivo nei rapporti sessuali erano a volte indicati con questo termine, e ciò è alla base del suo nesso con l’omosessualità, stabilito da alcuni traduttori moderni. Ma gli individui etichettati con quel termine erano così numerosi, e per le più diverse e molteplici ragioni – la maggioranza delle quali nemmeno di natura sessuale, e quest’ultime in gran parte riguardanti uomini in relazioni con donne – che non vi è alcun fondamento valido per preferire una possibile ragione tra diverse dozzine, e sostenere che sia quella che Paolo avesse in mente. Sarebbe molto più fedele al testo il ritorno all’ambiguità interpretativa che era prevalsa in oltre 1900 anni di traduzioni. L’idea che Paolo, in questi passi biblici, si riferisca alle persone omosessuali e ne affermi l’esclusione dal regno di Dio semplicemente non regge ad un attento esame.

Nell’ultimo passo rimasto, I Timoteo 1:10, il primo termine . “abusers of themselves with mankind” – riappare in un elenco di persone contro le quali la Legge è stata enunciata, sostiene Paolo. Qui, la traduzione è “them that defile themselves with mankind” [“i pervertiti” nella Bibbia di Gerusalemme, n.d.r.]. Le questioni e le controversie della traduzione sono qui le stesse di quelle sollevate da I Corinzi. Di nuovo, la deduzione più stringente che possa essere tratta dagli altri usi di questo termine è che esso si riferisse allo sfruttamento economico ottenuto con la coercizione sessuale – che è possibile riguardasse attività omosessuali, ma di una natura assai differente da quella di cui stiamo discutendo.

Sono quindi questi i sei brani, i sei versetti biblici che fanno riferimento in qualche modo al comportamento omosessuale. E indubbiamente hanno tutti una valenza negativa. Ma questa non è un’argomentazione conclusiva. La maggioranza dei riferimenti biblici al comportamento sessuale in generale, ed anche a quello eterosessuale, è di natura negativa. Non perché la sessualità sia una cosa cattiva in sé, ma perché la maggior parte dei relativi riferimenti scritturali sono alla concupiscenza, all’eccesso, all’infedeltà, alla promiscuità, allo stupro o alla violenza. E sì, la Bibbia contiene anche giudizi positivi sul rapporto eterosessuale, in aggiunta a centinaia di versetti negativi relativi ad alcune sue forme particolari. E non contiene invece giudizi positivi espliciti sulle relazioni omosessuali. Ma allo stesso tempo non discute praticamente mai del comportamento omosessuale in qualunque forma, ed i pochissimi riferimenti ad esso si trovano in contesti completamente differenti dalle relazioni d’amore. InGenesi 19, il riferimento è alla minaccia di uno stupro di gruppo. In I Corinzi 6 e I Timoteo 1, il riferimento è a quello che sembra uno sfruttamento sessuale. In Romani 1, Paolo fa riferimento al comportamento omosessuale concupiscente come parte di una immagine generale di caos ed eccesso sessuale. E sebbene definisca questo comportamento “innaturale”, adopera questo termine nel senso di un ruolo di genere “inconsueto”, allo stesso modo in cui chiama in causa le consuetudini sociali quando giudica i capelli lunghi negli uomini come “innaturali”. Il solo luogo nelle Scritture in cui i rapporti omosessuali maschili siano effettivamente proibiti, nel Levitico, è collocato nel contesto di un codice legale veterotestamentario che non si è  mai applicato ai cristiani.

La Bibbia non affronta mai direttamente, e certamente non condanna, relazioni omosessuali fondate sull’amore e l’impegno reciproco. Non c’è alcun insegnamento biblico relativo all’orientamento sessuale, né c’è alcuna chiamata al celibato perenne per le persone omosessuali.  Invece la Bibbia respinge esplicitamente la solitudine imposta, come una volontà di Dio per gli esseri umani, non solo nell’Antico Testamento, quando Dio dice che “non è bene che l’uomo sia solo”, ma anche nel Nuovo Testamento.  InI Corinzi 7, Paolo scrive di matrimonio e celibato. E’ celibe egli stesso, e dichiara il suo desiderio che anche tutti gli altri possano esserlo. Ma, egli afferma, ogni essere umano ha un proprio dono. Per Paolo il celibato è un dono spirituale, e comprende come molti cristiani non lo posseggano. Tuttavia, poiché molti mancano di questo dono, Paolo osserva che l’immoralità sessuale è sfrenata. E perciò prescrive il matrimonio come una forma di rimedio o protezione dal peccato sessuale per i cristiani che non hanno il dono del celibato. “E’ meglio sposarsi che ardere di passione”. Ed oggi la grande maggioranza dei cristiani non sente il dono del celibato o la chiamata ad esso. Questo è vero tanto per i cristiani eterosessuali che per quelli omosessuali. E perciò, se il rimedio al peccato di natura sessuale per i cristiani eterosessuali è il matrimonio, perché non dovrebbe esserlo ugualmente per i cristiani omosessuali?

Le argomentazioni ed i dibattiti intorno alla questione del matrimonio omosessuale, nella chiesa e nella società civile, tendono a smarrirsi in astrazioni. E’ giusto che un uomo sposi un altro uomo? O che una donna sposi un’altra donna? “Beh, non sembra giusto. Non è il modo in cui Dio ci ha progettati. Ha fatto l’uomo per la donna, e la donna per l’uomo. E’ questo il Suo disegno – la Sua  definizione di matrimonio – e non spetta a noi alterarlo o cambiarlo”. Ma questi argomenti sono sempre sostenuti da persone esse stesse eterosessuali, che si sono sempre sentite a loro agio, che non hanno dovuto affrontare anni di tormento ed agonia interiori per un orientamento sessuale differente da quello dei loro amici, dei loro genitori, apparentemente di qualunque altro essere umano al mondo. Ma questi altri individui, le persone gay, sono figli di Dio, e parte della Sua creazione, nella stessa misura di chiunque altro. E c’è qualcosa di terribilmente indecente nel fatto che cristiani eterosessuali insistano nel considerare i cristiani gay in qualche modo inferiori a loro, o difettosi, o che esistano solo a causa della Caduta, in quanto Dio intendeva in realtà creare ogni uomo come eterosessuale, similmente a loro. Ma, sapete, anch’io sono parte della creazione, compreso il mio orientamento sessuale. Sono partecipe del disegno di Dio. E’ la prima verità che ho imparato crescendo alla scuola domenicale di catechesi – che Dio mi ha creato, che mi ama, che ne sono un figlio adorato, non più e non meno prezioso di chiunque altro. Amo Dio, E amo Gesù. Li amo davvero. Ma questo non significa che debba odiare me stesso, o in qualche modo debba crogiolarmi nell’autocommiserazione, nell’infelicità e nell’odio per me stesso per il resto della mia vita. Non è questo ciò per cui Dio mi ha creato.

La nostra discussione sulla questione in oggetto, la “questione gay”, non può avvenire sul piano dell’astrazione, delle profonde riflessioni sul progetto ideale di Dio e sugli ideali ruoli di genere, come se le persone omosessuali non esistessero nemmeno. Gesù ha avuto un’attenzione particolare per le persone ignorate, per gli esclusi, per le minoranze maltrattate e marginalizzate. E se siamo impegnati ad imitare la vita di Cristo, allora è lì che deve essere anche la nostra attenzione. Romani 12 ci dice: “amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno … rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto”. Ebrei 13:3 invita a ricordarci di coloro che sono maltrattati come se fossimo noi stessi a soffrire. Quanto intensamente avete interiorizzato, non semplicemente l’esistenza di cristiani gay e lesbiche, bensì la profondità del loro dolore e la sofferenza loro inflitta dai loro stessi fratelli e sorelle nella fede?  Quel dolore vi affligge come fosse il vostro?

E quale consapevolezza avete del vostro possibile contributo alla sofferenza e al dolore nelle vite delle persone gay? E’ ancora comune tra i cristiani eterosessuali affermare, “Si, credo che l’omosessualità sia un peccato, ma non imputarlo a me – semplicemente, leggo la Bibbia. E’ ciò che dice il testo sacro”. Beh, prima di tutto, no, non si sta semplicemente leggendo la Bibbia. Si estrapolano pochi versetti dal loro contesto e se ne deduce una condanna assoluta che non è mai stata nelle intenzioni del testo sacro. Ma si colpisce anche la dimensione più intima e fondamentale di un altro essere umano, lo si eviscera del suo sentimento di dignità e valore. Si rinforza il messaggio che le persone gay odono da secoli: sarai sempre solo; provieni da una famiglia, ma non ne formerai mai una tua; sei singolarmente immeritevole di amare ed essere amato da un altro essere umano, e tutto questo perché sei diverso, perché sei gay.

Essere diversi non è un crimine. Essere gay non è una colpa. E una persona omosessuale che desideri e cerchi l’amore e il matrimonio e una famiglia non è più egoista o peccatrice di una persona eterosessuale che desideri e persegua quelle stesse cose. Il Cantico dei Cantici narra che il giorno in cui il re Salomone si sposò fu “il giorno in cui il suo cuore gioì” Negare ad una piccola minoranza di persone, non soltanto un giorno di celebrazione, ma un’esistenza intera di amore e di impegno fedele e di vita familiare vuol dire infliggere loro un livello devastante di sofferenza ed angoscia. Non c’è nulla nella Bibbia che chiami i cristiani a perpetuare quel tipo di dolore nelle esistenze degli altri invece che ad adoperarsi per alleviarlo,, specialmente quando è un problema di così facile soluzione. Tutto quello che occorre è l’accettazione incondizionata. La Bibbia non si oppone all’accettazione dei cristiani gay, o alla possibilità per loro di avere una relazione d’amore. E se provate disagio verso l’idea di due uomini o due donne innamorati l’uno dell’altro, se siete assolutamente opposti ad essa, allora vi chiedo di provare a guardare alle cose in modo diverso, di farlo per me, anche se ne provate disagio. Vi chiedo di porvi questo interrogativo: quanto avete davvero a cuore la vostra famiglia? Quanto intensamente amate il vostro sposo?  E con quale tenacia lottereste per loro se si trovassero in pericolo o in una situazione di rischio? Allo stesso modo dovreste avere a cuore queste stesse cose per la mia vita, e per esse lottare tenacemente, perché per me contano allo stesso modo. Le persone omosessuali dovrebbero essere una parte apprezzata delle nostre famiglie e comunità, e l’autentica risposta cristiana da dar loro consiste nell’accettazione incondizionata, nel sostegno e nell’amore.

Vi ringrazio, e grazie a tutti per essere intervenuti questa sera.

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Notes

Italian biblical quotations from La Bibbia di Gerusalemme, Tenth Edition, June 1991;

N.d.r. : nota del redattore (editor note)